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In viaggio con Nina Senicar

Estetica ha incontrato a Milano Nina Senicar e Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea Onlus, durante la fiera InterCharm. Ecco cosa hanno raccontato…

Ad agosto Nina Senicar è partita per Kabul con Pangea. Un viaggio indimenticabile che ha dato inizio ad un nuovo progetto di microcredito per le donne afghane, promosso in collaborazione con Paul Mitchell Italia. Un viaggio emozionante, indimenticabile, a tratti drammatico quello che Nina Senicar - testimonial 2011 del marchio Paul Mitchell - ha fatto con Fondazione Pangea Onlus a Kabul. Dieci giorni intensi, seguiti dai fan della showgirl su facebook e twitter attraverso “il diario di Nina”.

Nina SenicarNina SenicarNina Senicar

Un viaggio che ha dato vita al progetto Le parrucchiere di Kabul: di cosa si tratta?
Luca Lo Presti: “Di un progetto che mira ad aiutare le donne afgane ad aprire negozi d’acconciatura. Questo grazie ai corsi di formazione organizzati con gli stilisti Paul Mitchell e con l’aiuto del microcredito di Pangea”.

Immaginavate che il mondo della coiffure potesse essere interessato al mondo della solidarietà?
L.L: “Abbiamo già collaborato in passato con la coiffure per un progetto in Nepal ma in Paul Mitchell abbiamo trovato un’azienda che condivide molti dei valori della nostra fondazione, mettendo a disposizione esperienza, professionalità e prodotti. Ma soprattutto, abbiamo trovato degli uomini che si sono messi a disposizione in prima persona…”.

Questo è un progetto quanto durerà?
L.L: “È un progetto che esiste già da 10 anni. La collaborazione con Paul Mitchell sarà triennale”.

A quanto ammonta il microprestito?
L.L: “Va dai 200 ai 400 dollari, che verranno restituiti a fatica in circa 1 anno. Ma questo darà loro la possibilità di cambiare gli equilibri in famiglia, mandare i bambini a scuola, educarli al valore della formazione per acquisire autonomia….”.

Nina, tu hai raccontato le emozioni del viaggio su un diario mandato online…
Nina Senicar: “L’idea del diario è stata di Luca ma sono felice di averlo fatto perchè mi ha aiutato a raccontare un’esperienza fortissima, emozionante. Non è stato un viaggio facile e sicuro, ma mi ha dato tanto…”.

Cosa ti ha colpito di più?
N.S.
: A”vendo già vissuto la guerra nel mio paese (la Serbia) non sono rimasta scioccata tanto dalle macchine blindate o dai soldati, quanto dalla vita delle donne e dalla violenza che quotidianamente devono subire. … A parole si può tentare di spiegare ma viverlo è diverso… Quello che mi ha sorpreso, ad esempio, è stato il fatto che io facevo tante domande ma loro a me non chiedevano nulla… non hanno idea di come viviamo noi, per loro l’unica realtà è quella di Kabul.

Pensandoci bene però ho trovato tantissime somiglianze tra il nostro mondo e il loro. Anche noi viviamo in una società nella quale la donna è trattata come un oggetto, la cronaca attuale ce lo racconta… Dovremmo inventarci anche noi una sorta di burka che ci aiuti a girare per strada senza subire commenti”.

Luca, come è stato fare questo viaggio con Nina?
L.L: “Una vera scoperta. Vederla sedere per terra con le donne, essere donna tra le donne, condividere con loro momenti di gioia e di tristezza travolgendole con domande molto personali è stato illuminante. Io visito l’Afghanistan dal ’96 ma Nina mi ha aperto il mondo delle donne e lei ha incontrato loro più di quanto io sia mai riuscito a fare. La cosa che più mi ha colpito però è vedere lei non stupirsi di certe situazioni. Sentirmi dire, da una donna che immaginavo vivere in un mondo dorato, “io questa cosa la vivo ogni giorno” è stato come fare un viaggio dentro l’universo maschile italiano, scoprendo una realtà poco edificante…”.

In che modo si snoda il progetto?
L.L.
: “In un contesto dove il disconoscimento della donna è totale, prima di realizzare il progetto dobbiamo soddisfare parecchi bisogni, dobbiamo fare in modo che queste donne non muoiano di parto o di malattia, dobbiamo accudire i loro bambini, dobbiamo sganciarle da un contesto violento, convincere il marito a lasciarle venire. Dobbiamo quindi fare educazione sanitaria, scolarizzazione, assistenza al parto… Superato tutto questo, inseriamo la formazione di ‘trucco& parrucco’ per vedere chi tra loro ha interesse a fare la parrucchiera e iniziare i corsi con le formatrici Paul Mitchell. Il terzo step è il prestito che daremo per aprire il salone tenendo conto di tutte le difficoltà che ci sono. Non si deve pensare ad un salone come quelli che abbiamo in Italia, Nina li ha visti, si parla di scaldare l’acqua sul fuoco per lavare i capelli…”

N.S: “Sì, anche avere l’acqua richiede sacrifici. Non basta aprire un rubinetto per averla, queste donne devono fare km a piedi per portarla nelle case e lavarsi i capelli è un vero e proprio progetto”.

Le formatrici italiane sono preparate a tutto questo?
L.L.: “Andare in Afghanstan non è come far uno show qui a Milano, le formatrici dovranno confrontarsi con una realtà ben diversa”

Queste donne verranno seguite anche dopo l’apertura del salone?
L.L.:
“Certamente. Il microcredito non è semplicemente un prestito, è l’accompagnamento ad un progetto di vita che segue la donna anche dopo l’apertura dell’attività”.

Non temete di aver istillato in queste donne delle scintille che magari non possono poi svilupparsi?
L.L.:
“Siamo sicuri che le aspettative non saranno deluse perché il progetto viene testato già da 10 anni. Queste donne hanno sicuramente parecchi danni collaterali ma se vogliono cambiare la propria realtà devono rischiare. Una volta una delle prime beneficiare del progetto mi ha detto: “In fondo che cosa rischio? Che mi stuprano? Lo fanno tutti i giorni. Che mi uccidano? Sono già morta…”. Oggi questa donna lavora, è responsabile di progetto, ha dei bellissimi bambini che vanno a scuola e una casa con i vetri, che sembra banale ma non lo è!”.

Nina, cosa hai cercato di trasmettere alle donne di Kabul?
N.S.:
“Ho cercato di far capire a queste donne che niente è impossibile, che noi possiamo aiutarle ma sono loro che devono cambiare questa realtà e la loro relazione con il mondo maschile. Ho cercato di far capire che hanno gli stessi diritti degli uomini facendo però di più. Gli uomini lavorano e basta, loro invece hanno un ruolo importantissimo nella società: lavorano, si occupano dei bambini, della casa, della famiglia. Le donne, inoltre, hanno un rapporto unico con i bambini, nessuno, come una madre, può influenzare la loro crescita e la loro educazione. È quindi fondamentale insegnare soprattutto ai maschi il rispetto per la donna. La maggior parte non voleva neanche ascoltare, ma qualcuna ha capito e le nostre parole hanno acceso nei loro occhi una nuova scintilla”.

Come vivono la loro femminilità?
N.S.:
“Ho scoperto che lì le dimostrazioni di amore e di affetto sono riservate ai bambini piccolissimi, ma non hanno idea di cosa voglia dire amare un uomo… Ho chiesto loro come fanno l’amore e ho scoperto che non esiste la dimensione della passione: niente baci, niente abbracci… Per quanto riguarda il loro essere femminile, esteriormente sono poche curate, non mettono smalti o rossetti (anche perché sono molto povere) ma i loro sguardi esprimono una dolcezza infinita…”

Come hanno accolto le donne afgane la presenza di Nina?
L.L:
“Nina ha creato dei veri moti rivoluzionari tra le donne di Kabul che l’hanno presa come esempio di grande femminilità e di grande possibilità. Ci sono state donne che hanno voluto vedere le foto di un suo lavoro ed erano felicissime di vedere che cosa è possibile fare. Inoltre, essendosi laureata in Economia alla Bocconi di Milano col massimo dei voti, Nina si è interessata alle dinamiche della banca, del prestito e della restituzione dando a noi un grande aiuto”.

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Articolo del: 18.10.2011

Nina Senicar


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